Le turbine eoliche possono produrre più energia senza diventare più grandi: il test con un modello da 15 centimetri
Indice
La velocità migliore cambia quando cambia l’angolo del vento
Perché comprimere così tanto l’aria
Il modello gira su un portatile, le turbine vere devono ancora provarlo
Una turbina da appena 15 centimetri, chiusa in una galleria del vento fortemente pressurizzata, ha mostrato una cosa molto concreta: quando il rotore non è perfettamente allineato con il vento, cambia anche la velocità delle pale che permette di ottenere la massima potenza. Continuare a regolare la turbina come se il vento arrivasse sempre dritto può quindi lasciare energia per strada.
È possibile una pianificazione urbana che abbracci la logica della riparazione come azione politica che abbia come effetto il riscatto dello spazio pubblico, come terreno di apprendimento collettivo e supporto ad un modello di produzione e consumo non votato al profitto ma piuttosto al bisogno e alla condivisione?
Riparare è di tendenza, anche se non una pratica routinaria e quotidiana. Quanti di noi hanno il tempo di riparare o vogliono prendersi il tempo per imparare a farlo? Eppure, sono sempre crescenti le iniziative locali e della cittadinanza che, per ridurre la produzione di rifiuti e contrastare l’obsolescenza programmata e psicologica, promuovono la riparazione. Progetti come Repair Café e RestartParty vedono volontari impegnati nella condivisione di tecniche e conoscenze destinate alla cura, manutenzione e recupero di prodotti di consumo giornaliero, dal tessile all’elettronico, valorizzando competenze che sembravano smarrite nell’arco delle ultime generazioni. Grazie al movimento internazionale per il diritto alla riparazione, questa ha intercettato negli ultimi anni sia gli ambiti culturali e tradizionali delle comunità e dei luoghi, che l’innovazione e il design della grande produzione industriale. Ci sono voluti circa trent’anni dall’inizio delle prime pratiche di obsolescenza programmata introdotte dalle grandi imprese americane (e.g., Ford a General Electric), sin dagli anni Venti del secolo scorso (Perzanowski, 2022), prima che gruppi di cittadini si organizzassero, a partire dagli anni Cinquanta, imparando innanzitutto a riconoscere gli ostacoli posti alla riparazione sin dal disegno del prodotto per contrastarli. Ci sono voluti molti più anni, una crisi ecologica globale (ancora sottovalutata), prima che l’Unione Europea adottasse una direttiva per promuovere il diritto alla riparazione nel 2024. In questo editoriale discutiamo le potenzialità trasformative, a partire dalla Direttiva Europea 2024/1799, ragionando sulle possibilità di una concezione collettiva, piuttosto che privatistica, del diritto a riparare, che impari dalla teoria e dalla pratica di un altro ambito di sperimentazione sociale, quale quello del diritto alla città e della città come bene comune. In particolare, ci interessa esplorare un diritto collettivo a riparare, concepito sia in direzione verticale che nei rapporti orizzontali, da un lato potenziale strumento per superare alcuni degli ostacoli alla realizzazione individuale dello stesso diritto e, dall’altro, fattore propulsore dell’istituzionalizzazione delle pratiche collettive di recupero dello spazio urbano, come bene comune.