Non solo petrolio, sotto i ghiacci della Groenlandia c’è un tesoro che vale trilioni (e che fa gola a Trump)

Poco meno di 60mila abitanti e alcune delle più ricche riserve di risorse naturali al mondo: ecco perché la Groenlandia, l’isola più grande della Terra, fa gola a Trump

I depositi di elementi di terre rare della Groenlandia potrebbero essere tra i più grandi al mondo per volume. E già questo basta per capire perché Donald Trump voglia metterci le mani (ma se vogliamo anche Russia e Cina, eh).

La Groenlandia, l’isola più grande della Terra e scarsamente abitata, possiede alcune delle più ricche riserve di risorse naturali al mondo. Tra queste, ci sono soprattutto le materie prime critiche, quelle cioè non alimentari e non energetiche ma essenziali per lo sviluppo di settori strategici come le energie rinnovabili, la mobilità elettrica, le tecnologie digitali.

Solo quelle? Certo che no. Chi vede la Groenlandia come uno scrigno d’oro in realtà ha ragione: qui ci sono altri minerali e metalli preziosi, oltre a un succulento volume di idrocarburi tra cui petrolio e gas.

Et voilà. Le brame trumpiane sono servite.

Cosa nascondono i ghiacci della Groenlandia (che si stanno sciogliendo)

L’area libera dai ghiacci della Groenlandia, quasi il doppio della superficie del Regno Unito, costituisce meno di un quinto della superficie totale dell’isola, il che aumenta la possibilità che sotto il ghiaccio siano presenti enormi riserve di risorse naturali inesplorate.

Partendo da questo presupposto, proprio qui sta il punto: quello di Trump è vero e proprio sciacallaggio climatico che non aspetta altro di predare quella terra, a partire dai tre dei giacimenti contenenti REE (le terre rare), profondamente sotto il ghiaccio, che potrebbero essere tra i più grandi al mondo per volume, con un grande potenziale per la produzione di batterie e componenti elettrici essenziali per la transizione energetica globale.

Niente male nemmeno sul fronte del potenziale idrocarburico e della ricchezza mineraria della Groenlandia: secondo l’US Geological Survey la parte dell’isola nord-orientale terrestre (incluse le aree coperte di ghiaccio) contiene circa 31 miliardi di barili di idrocarburi equivalenti di petrolio – simile all’intero volume di riserve di petrolio greggio provate degli Stati Uniti.

Perché la Groenlandia è così ricca di risorse naturali?

Perché ha una storia geologica estremamente variegata negli ultimi 4 miliardi di anni. Qui si trovano alcune delle rocce più antiche della Terra, così come blocchi di ferro nativo (non derivato da meteoriti) grandi come camion. Tubi di kimberlite contenenti diamanti furono scoperti negli anni ’70 ma non sono ancora stati sfruttati, principalmente a causa delle difficoltà logistiche dell’estrazione.

La Groenlandia è stata modellata da numerosi e lunghi periodi di orogenesi, forze compressive che hanno fratturato la crosta terrestre, creando faglie e fratture in cui si sono depositati oro, gemme come i rubini e grafite. Quest’ultima è un materiale chiave per la produzione delle batterie al litio ma, secondo il Geological Survey of Denmark and Greenland, risulta ancora “poco esplorata” rispetto ai grandi produttori mondiali come Cina e Corea del Sud.

La quota più consistente delle risorse naturali groenlandesi, però, deriva dalle fasi di rifting, ovvero di separazione della crosta continentale. L’evento più recente è la formazione dell’Oceano Atlantico, iniziata nel Giurassico, poco più di 200 milioni di anni fa.

I bacini sedimentari emersi, come il Jameson Land Basin, sembrano avere il maggiore potenziale in termini di riserve di petrolio e gas, in modo analogo alla piattaforma continentale norvegese ricca di idrocarburi. Tuttavia, i costi estremamente elevati hanno finora frenato lo sviluppo commerciale. Parallelamente, cresce la quantità di studi che ipotizzano la presenza di sistemi petroliferi potenzialmente estesi lungo l’intero perimetro offshore della Groenlandia.

Nei bacini sedimentari interni, in gran parte liberi dai ghiacci, sono presenti anche metalli come piombo, rame, ferro e zinco, sfruttati localmente e su piccola scala già a partire dal 1780.

Terre rare difficili da reperire

Pur non essendo così strettamente legata all’attività vulcanica come la vicina Islanda, molte delle materie prime critiche della Groenlandia devono la loro esistenza proprio alla sua storia vulcanica. Elementi delle terre rare (REE) come niobio, tantalio e itterbio sono stati individuati in strati di rocce ignee, in modo simile a quanto avvenne nel sud-ovest dell’Inghilterra, dove argento e zinco si depositarono grazie alla circolazione di acque idrotermali calde ai margini di grandi intrusioni vulcaniche.

In particolare, si prevede che sotto i ghiacci la Groenlandia custodisca riserve di disprosio e neodimio sufficienti a coprire oltre un quarto della domanda globale futura prevista: quasi 40 milioni di tonnellate complessive.

Questi elementi sono considerati tra i più importanti dal punto di vista economico e, allo stesso tempo, tra i più difficili da reperire, perché indispensabili per l’energia eolica, i motori elettrici dei veicoli a basse emissioni e i magneti utilizzati in ambienti ad alta temperatura, come i reattori nucleari.

groenlandia ere geologiche

@Geophysical Research Letters, CC BY-NC-SA

Quindi la transizione energetica ci porterà a guerre di potere?

Sembra essere questa la naturale domanda che viene da porci. Se da un lato la transizione energetica globale è nata dalla crescente consapevolezza dei molteplici rischi legati alla combustione dei combustibili fossili, dall’altro l’approvvigionamento di risorse non può non avere effetti sulla loro disponibilità di molte risorse naturali, a partire proprio da quelle groenlandesi, coperte probabilmente ancora per poco da chilometri di ghiaccio. Una cane che si morde la coda.

Dal 1995 si è sciolta un’area di ghiaccio grande quanto l’Albania, e la tendenza è destinata ad accelerare se le emissioni globali di carbonio non diminuiranno drasticamente nel breve periodo.

I recenti progressi nelle tecniche di rilevamento, come l’uso del radar a penetrazione del suolo, consentono oggi di osservare con maggiore precisione ciò che si trova sotto la calotta glaciale. Nonostante ciò, la prospezione sotto il ghiaccio resta lenta, e l’estrazione sostenibile si preannuncia sempre più una scommessa.

A breve, in ogni caso, potrebbe imporsi un dilemma inevitabile: sfruttare con decisione la crescente disponibilità di risorse per sostenere e accelerare la transizione energetica, oppure rinunciare, sapendo che l’estrazione aggraverebbe gli effetti del cambiamento climatico sulla Groenlandia e sul resto del Pianeta, deturpando un ambiente in gran parte incontaminato?

Donald ha già la risposta.

Articolo a firma: Germana Carillo

Fonte: greenme