Due fratelli indiani hanno sviluppato un sistema magnetico per ridurre l’arsenico nell’acqua, pensato per villaggi, scuole e comunità rurali isolate
In molte case del Bihar, nell’India orientale, l’acqua arriva ancora dal pozzo, da una pompa, da una falda che sembra uguale a tutte le altre. Trasparente, normale, perfino rassicurante a guardarla in un secchio. Il problema dell’arsenico sta proprio lì: spesso entra nella vita quotidiana senza odore, senza colore, senza una scena evidente che metta in allarme. Si beve, si usa per cucinare, finisce nelle abitudini di famiglie che in diverse zone rurali hanno poche alternative reali.

L’Organizzazione mondiale della Sanità ricorda che l’arsenico inorganico è altamente tossico e che la minaccia principale per la salute pubblica arriva dalle falde contaminate. L’esposizione prolungata attraverso acqua e cibo può favorire lesioni cutanee, tumori, malattie cardiovascolari, diabete e danni allo sviluppo cognitivo nei bambini. Il valore guida indicato per l’acqua potabile è di 10 microgrammi per litro, una soglia che in molte aree contaminate resta difficile da garantire con continuità.
Da questa frizione molto concreta è partito il lavoro di Arpit Kumar e del fratello minore Abhijeet Kumar. Erano ancora studenti quando hanno cominciato a studiare il problema dell’arsenico nelle acque sotterranee del Bihar, dentro un progetto scolastico legato al National Children’s Science Congress. Poi sono arrivati anni di esperimenti, prove in laboratorio, miglioramenti, tentativi sul campo. Niente immaginario da startup patinata con sedie colorate e slogan motivazionali appesi al muro. Più che altro, una domanda pratica: come togliere un contaminante pericoloso dall’acqua usando un sistema semplice, sostenibile e gestibile anche fuori dai grandi centri urbani.
Il magnete nel tubo
La tecnologia sviluppata si chiama METAL, sigla di Molecular Magnetic Technology for Arsenic Removal. Il dispositivo principale prende il nome di MARU, cioè Magnetic Arsenic Removal Unit. In termini semplici, l’acqua contaminata attraversa una struttura metallica con magneti al neodimio inseriti in un corpo d’acciaio. Durante il passaggio, il sistema sfrutta la separazione magnetica per trattenere l’arsenico, senza aggiungere sostanze chimiche all’acqua.
La società Navmarg Research & Innovation presenta MARU come una soluzione modulare, adattabile a usi domestici, comunitari, scolastici e istituzionali. Sul proprio sito descrive il sistema come scalabile, a bassa manutenzione e pensato per abbattere i costi dell’acqua trattata. La parte interessante sta nella semplicità d’uso: meno componenti consumabili da sostituire, meno fanghi di scarto, meno dipendenza da infrastrutture complesse. Per un villaggio, una scuola o un piccolo punto di distribuzione, questi dettagli pesano quasi quanto l’efficienza tecnica.
Nel tempo il progetto ha lasciato il perimetro del laboratorio scolastico. Navmarg Research & Innovation è stata fondata nel 2023 e il lavoro ha raccolto riconoscimenti nazionali. Arpit Kumar, oggi studente di fisica molecolare alla Manipal Academy of Higher Education, ha ricevuto un premio per l’innovazione nella tecnologia dell’acqua grazie al sistema basato su separazione magnetica. Il gruppo lavora tra Manipal e Patna e ha portato avanti installazioni pilota in aree colpite dalla contaminazione da arsenico, comprese scuole pubbliche e comunità rurali.
I numeri vanno letti con la prudenza dovuta ai dati dichiarati dal team Navmarg afferma di aver già purificato oltre 300mila litri d’acqua e di aver raggiunto più di 4mila persone; in un altro profilo aziendale più recente si parla di oltre 6mila individui raggiunti. Tra le installazioni citate compare anche un impianto municipale da 5mila litri l’ora nel distretto di Bhojpur, sempre nel Bihar. Sono cifre ancora piccole rispetto alla scala del problema, certo. Però hanno un pregio: spostano l’invenzione dal racconto brillante alla prova sporca dell’uso reale.
L’acqua va anche sorvegliata
La contaminazione da arsenico in India riguarda soprattutto aree alluvionali e bacini fluviali come quelli del Gange e del Brahmaputra. Tra gli Stati più citati compaiono Bihar, Bengala Occidentale, Assam, Uttar Pradesh e Punjab, con situazioni diverse da distretto a distretto. Anche per questo una tecnologia di trattamento, da sola, basta solo fino a un certo punto: servono analisi, manutenzione, dati aggiornati, personale formato e sistemi che restino in funzione dopo l’entusiasmo iniziale.
Il passo successivo del gruppo va proprio in questa direzione. Navmarg sta lavorando a sensori capaci di rilevare rapidamente arsenico e batteri come E. coli nell’acqua, con stime in tempo reale basate su proprietà elettriche. L’intelligenza artificiale entra come supporto per riconoscere anomalie e prevedere interventi di manutenzione prima che il sistema si fermi. La parte tecnica resta in parte riservata, anche per le procedure di brevetto, però l’impostazione è chiara: purificare l’acqua e controllare meglio quando torna a diventare pericolosa.
In questo campo le idee più utili hanno spesso un aspetto meno spettacolare di quanto ci aspetteremmo. Qualche anno fa era stato certificato anche Mesopaper, un materiale filtrante a base di carta pensato per ridurre arsenico e piombo sotto i livelli di riferimento indicati da EPA e OMS, utilizzabile in diversi sistemi domestici di trattamento dell’acqua. Anche lì, niente fantascienza: materiali semplici, costi più bassi, una tecnologia che prova a entrare dove gli impianti grandi arrivano tardi o arrivano male.
La storia di METAL/MARU funziona perché tiene insieme due piani che spesso viaggiano separati: ricerca e vita quotidiana. Da una parte ci sono magneti al neodimio, acciaio, separazione fisica, sensori, algoritmi. Dall’altra ci sono famiglie che riempiono una tanica, bambini che bevono a scuola, villaggi dove la manutenzione deve essere possibile anche senza una squadra tecnica sempre disponibile. L’innovazione per l’acqua potabile diventa credibile quando accetta questa fatica minuta, quella dei filtri da pulire, dei controlli da ripetere, dei costi da tenere bassi.
Arpit Kumar ha riassunto il senso del progetto con un’immagine molto netta: l’obiettivo, ha spiegato, era inseguire l’impatto più che il mito della startup unicorno e la tecnologia migliore, in certi luoghi, è quella che si può davvero usare.
Articolo a firma: Ilaria Rosella Pagliaro
Fonte: SciDev








