Quando si parla di community organizing ci si riferisce ad una precisa forma di attivismo civico nata negli Stati Uniti negli anni ‘30 del secolo scorso per opera di Saul Alinsky, fondatore indiscusso di questa pratica, che nel corso dei decenni si è diffusa ed è arrivata anche nel continente europeo. Alinsky definiva il community organizing “l’arte della politica relazionale”, ponendo al centro dell’attenzione le relazioni tra abitanti e gruppi che vivono vicini e creando empowerment.
Il concetto di comunità non è certo nuovo, ma in questo contesto assume un’accezione più attiva, volta ad indicare delle vere e proprie coalizioni civiche impegnate nella risoluzione di grandi problemi sociali, dal diritto alla casa, all’accoglienza dei rifugiati, per fare alcuni esempi. Il community organizing fa propri i principi di multietnicità e di interreligiosità, ponendosi l’obiettivo primario di unire gruppi che solitamente tra loro non dialogano, di unire persone che solitamente tra loro non si relazionano, ma che magari si trovano ad affrontare gli stessi problemi sul medesimo territorio. Il coinvolgimento di gruppi già costituiti può partire dal coinvolgimento dei loro leader, che iniziano ad incontrarsi per conoscersi e porre le basi per costruire relazioni di fiducia.

L’obiettivo del community organizing è creare potere al livello delle comunità locali
Il lavoro del community organizer comincia, quindi, cercando persone che hanno già una fitta rete di conoscenze e che sono accomunate dall’intento di portare un cambiamento nella loro città. Può trattarsi di confessori religiosi, come gli imam o i vescovi, ma anche portavoce o referenti di gruppi organizzati della società civile, come comitati o associazioni. L’obiettivo è quello di creare relazioni di fiducia tra i leader, affinché essi coinvolgano i propri gruppi già consolidati. Nell’ultimo decennio l’attenzione verso questo tema ha subìto un forte incremento a livello internazionale, a seguito dell’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti d’America. Obama, nella seconda metà degli anni Ottanta, ha lavorato come community organizer nei quartieri poveri di Chicago, esperienza che ha spesso ricordato durante la sua carriera di Presidente e che racconta anche nella sua autobiografia e in altri scritti.
Obama: “l’organizing parte dalla premessa che i problemi che devono affrontare le comunità dei quartieri disagiati non sono una conseguenza della mancanza di soluzioni efficaci, ma della mancanza di potere per implementare queste soluzioni”
La prima community organizing è la Industrial Areas Foundation, fondata da Saul Alinksy nel 1940, che ha condotto numerose battaglie sui temi più svariati, come l’ambiente, la scuola pubblica, l’accesso alla sanità etc’. Oggi, ad esempio, l’IAF sta conducendo una delle campagne politiche più difficili per la cultura politica americana: ridurre la violenza da armi da fuoco. Spostando lo sguardo sul vecchio continente, troviamo la Citizens UK, creata nel 1996 da Neil Jameson e che conta oggi oltre nove organizzazioni in tutto il Paese, che insieme raggruppano oltre trecento tra chiese, moschee, scuole, sindacati, università e gruppi di cittadini. Tra le molte tematiche, una delle vittorie più importanti è stata l’approvazione dell’obbligo di garanzia di un salario minimo per tutte le società appaltatrici delle ultime Olimpiadi di Londra. Sempre la Citizens Uk ha organizzato, in vista delle elezioni londinesi, la “Citizens’ Mayoral Accountability Assembly” che ha visto la partecipazione di seimila persone. Sadiq Khan, pochi giorni prima della sua elezione, ha dichiarato che adotterà il “Good Development Standard”, uno schema che richiede ad ogni progetto immobiliare della città di destinare il 50% del fabbricato ad abitazioni a prezzi accessibili. A Berlino è nata recentemente DICO, un’organizzazione che promuove l’unione di gruppi della società civile e rifugiati: il community organizing serve per creare relazioni e fiducia tra vecchi e nuovi cittadini. Hanno già ottenuto una prima vittoria con l’apertura dei tendoni riscaldati anche durante la notte, per accogliere le centinaia di persone in fila, costrette fino a quel momento a passare la notte al gelo sul marciapiede.
Con il community organizing si va oltre la logica del ‘NO’, proponendo soluzioni concrete e strategie di sviluppo locale
In Italia, l’esperienza del community organizing è arrivata recentemente e uno dei casi più significativi si può trovare in Sicilia, nel catanese. Siamo nella Valle del fiume Simeto, dove un triste episodio di devastazione ambientale ha spinto associazioni e gruppi di cittadini ad unirsi in un coordinamento per il ‘NO’ in opposizione al progetto di edificazione di un inceneritore proposto dalla Regione Sicilia. Vinta la battaglia, il coordinamento non si è fermato, ma ha continuato ad allargarsi accogliendo nuove associazioni e nuovi cittadini e ha realizzato una mappatura di comunità, condotta da un gruppo misto di studenti e ricercatori dell’Università di Catania assieme ad attivisti della rete associativa locale. L’obiettivo, si legge nel sito, era quello di ‘definire una pratica inclusiva, che consentisse ad agricoltori, operatori del turismo, imprenditori locali, rappresentanti delle istituzioni e in generale ad abitanti, lavoratori e fruitori della Valle del Simeto, di ragionare assieme sul proprio territorio, con strumenti intuitivi e utilizzando le mappe come catalizzatore del dibattito‘. Lo step successivo è stato quello di siglare il Patto di Fiume Simeto, un piano di natura contrattuale, sottoscritto volontariamente dai Comuni e dalle Associazioni della Valle Del Simeto sotto l’egida dell’Università degli Studi di Catania e dell’Associazione Vivisimeto. Il Patto identifica principi, azioni concrete e singole responsabilità per la promozione dello sviluppo della Valle del Simeto, in un’ottica di sostenibilità ambientale, economica e sociale.
Fonte: www.labsus.org








