Censurata la nostra campagna contro lo sfruttamento di animali negli allevamenti, è inaccettabile: la denuncia della LAV

A Bergamo, tre manifesti della LAV che mostravano la cruda realtà degli allevamenti sono stati censurati prima ancora di comparire sui muri della città.

La colpa? Descrivere con frasi definite dallo IAP "violente" e "colpevolizzanti" quanto accade agli animali 

Una campagna di sensibilizzazione pensata per mostrare la cruda realtà degli allevamenti intensivi è stata bloccata prima ancora di comparire sui muri della città. È accaduto a Bergamo, dove l’agenzia concessionaria di spazi pubblicitari Abaco Spa ha vietato l’affissione di tre manifesti realizzati da LAV Bergamo in collaborazione con Adamo Romano, noto influencer italiano impegnato da anni su temi etici, sociali e di difesa degli animali.

La campagna era composta da tre soggetti distinti, ognuno dedicato a un animale, pensati per essere esposti simultaneamente sui principali impianti comunali della città. Il messaggio era diretto e volutamente senza filtri: raccontare le sofferenze reali degli animali negli allevamenti e nei macelli, quelle stesse sofferenze che ogni giorno avvengono legalmente e silenziosamente, lontane dagli occhi del grande pubblico.

Tra le frasi presenti nei manifesti, alcune sono diventate il cuore della controversia: “Mi chiamo Paolo, ho sei mesi e oggi mi tagliano la gola” e “Hanno appena sgozzato 60 animali“. Frasi crude, certo — ma che descrivono pratiche reali e perfettamente legali all’interno del sistema di produzione della carne.

LAV Bergamo

CENSURA A BERGAMO

Questi sono i manifesti che avremmo voluto mostrare ai cittadini di Bergamo. Oggi li mostriamo con un fotomontaggio a tutta Italia perché l'accesso agli impianti ci è stato negato dall'Agenzia Abaco (appaltatrice del servizio di affissioni per il Comune di Bergamo) su parare dell'Istituto di Auto-disciplina IAP.

I manifesti sarebbero infatti "violenti e colpevolizzanti".

Al contrario, noi sosteniamo che il parere sia censurante, di parte e conservativo.

Nel parere di IAP vediamo un tentativo di nascondere la realtà che non la rende meno vera, piuttosto più facile da ignorare.

Abbiamo chiesto un riesame con il nostro Avv. Sara Veri, ma non ci fermeremo e cercheremo di far valere il diritto di cronaca e di critica in ogni opportuna sede.

 La censura e il parere dello IAP

Ad opporsi alla campagna è stato il Comitato di Controllo dell’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria (IAP), interpellato su richiesta di Abaco Spa. Il parere ha giudicato alcune delle frasi utilizzate “violente” o “colpevolizzanti”, sufficienti quindi a giustificare il blocco dell’affissione.

LAV Bergamo ha risposto immediatamente con un’istanza di riesame, contestando nel merito il giudizio ricevuto. Il punto centrale sollevato dall’associazione è di natura giuridica e concettuale: quella campagna non è pubblicità commerciale, è comunicazione sociale. Applicarle i criteri pensati per promuovere prodotti o servizi significa confondere due ambiti radicalmente diversi.

Come si legge nel documento inviato allo IAP:

Il manifesto costituisce espressione di una campagna di sensibilizzazione su tematiche etico-sociali […] e non persegue finalità commerciali né promuove prodotti o servizi. Non è pubblicità: è informazione. Se la realtà è crudele, la censura non può essere la risposta.

A prendere la parola è stata anche Sara Veri, avvocata di LAV che ha dichiarato:

È inaccettabile che una campagna sociale venga censurata perché mostra una realtà scomoda. Se la sensibilizzazione sugli animali deve essere ‘edulcorata’ per non disturbare il pubblico più ampio, allora non è più libertà di espressione, ma controllo del messaggio che deve essere veicolato.

LAV sottolinea che termini come “sgozzare” o “tagliare la gola” non sono stati usati per provocare o scandalizzare, ma per descrivere con precisione pratiche ammesse dalla legge. E se queste pratiche sono legali, la loro descrizione non può essere considerata un’incitazione alla violenza.

Anche Adamo Romano è voluto intervenire pubblicamente a sostegno del ricorso, affidandosi a una citazione di Philip K. Dick — lo scrittore di Blade Runner e Total Recall — per spiegare il senso profondo della campagna:

Reale è ciò che, quando smetti di crederci, non se ne va. Significa che nascondere una responsabilità collettiva non ci rende meno coinvolti. Fingere che gli animali non soffrano non ci rende meno carnefici. Le regole dovrebbero esistere per rendere il mondo più giusto.

Cosa succede adesso

LAV auspica che lo IAP riveda il proprio parere applicando criteri coerenti con la natura sociale e non commerciale della campagna. Se questo non dovesse accadere, l’associazione ha già annunciato che valuterà ogni iniziativa utile a tutelare il proprio diritto di informare. La posta in gioco, secondo LAV, è alta: non si tratta solo di tre manifesti a Bergamo, ma del diritto di mostrare pubblicamente ciò che accade negli allevamenti. Un diritto che, come ribadisce l’associazione, “non è negoziabile”.

Fonte: LAV

Articolo a firma: Francesca Biagioli

Fonte: greenme