Aumentare la produttività è possibile solo con azioni sistemiche profonde sulle sue cause. Nel caso dell’istruzione la performance deludente del nostro sistema potrebbe essere dovuta anche alla percezione dell’inutilità di studiare ai fini del successo economico per effetto di quello che gli americani chiamano cronyism. La questione morale è centrale.
Nei giorni scorsi le parti sociali hanno firmato un’intesa per la crescita della produttività nelle imprese, chiedendo garanzie al governo su azioni di incentivo fiscale a sostegno del cosiddetto salario di produttività. Tuttavia, la logica di questi incentivi è a dir poco confusa come ha correttamente rimarcato Ciccarone su nelmerito.it. Non è chiaro perché bisognerebbe detassare un salario marginale per incentivare l’incremento di produttività: questo dovrebbe comunque essere un obiettivo primario delle imprese, e ad ogni modo la detassazione del salario al margine, avverrebbe a spese di altri obiettivi (il gettito ovviamente ed usi alternativi sempre ai fini della produttività, ma anche probabilmente l’ulteriore occupazione per effetto della sostituzione degli straordinari).
di Giuseppe Coco, Raffaele Lagravinese
24.12.2012 Fonte: nelmerito
Tra le spiegazioni della bassa (crescita della) produttività in Italia negli ultimi decenni, francamente, quella che i lavoratori e le imprese avrebbero bisogno di essere ‘spinti’ da incentivi fiscali, appare la più debole (casomai il cuneo fiscale spiegherebbe meglio la scarsa crescita dell’occupazione). Ci sono invece alcuni dati strutturali sul nostro paese molto noti e poco dibattuti sulle ragioni del nostro declino relativo e che a nostro parere incidono maggiormente sulla scarsa produttività. Vi è un’ampia letteratura che ha documentato come vi sia un forte legame tra istruzione e crescita economica. In particolare per aumentare la produttività non è necessario solo aumentare il numero di diplomati e laureati o spendere di più in istruzione, ma è fondamentale accrescere il più possibile gli skill cognitivi, un obiettivo non necessariamente correlato alla spesa in istruzione. Sotto questo punto di vista, l’Italia performa decisamente peggio degli altri paesi dell’area euro e non solo.
I fatti comparativi essenziali sul nostro sistema di istruzione sono a nostro parere 3:
a) Diplomiamo e laureiamo comparativamente meno individui nelle classi di età rilevanti, 25-34 anni, rispetto ai nostri principali competitor europei. Con 22 punti percentuali in meno rispetto alla media europea per quanto riguarda i diplomati, e 13 punti in meno per i laureati.
Tabella 1- Percentuali di Diplomati e Laureati nella fascia di età 25-34 nei Paesi OCSE-2010-

Fonte: Education at a glance 2012
b) Spendiamo in assoluto nell’istruzione meno degli altri paesi, ma non per studente. Nel 2009 la spesa totale per istruzione in Italia è stata del 4,9 per cento in termini di Pil, a fronte del 5,6 per cento della media degli altri paesi europei. Un valore inferiore a quello della Germania (5,3), a quello della Francia (6,3) e a quello del Regno Unito (6,0). Tuttavia, con la notevole eccezione del sistema universitario, la spesa per studente nei diversi gradi è assolutamente analoga alla media OCSE e UE, quando non superiore. (Education at a glance, 2012). In particolare, la spesa nei primi due livelli di istruzione (scuola primaria e scuola secondaria), è molto simile a quella registrata negli altri paesi industrializzati, mentre risulta nettamente inferiore rispetto alla spesa destinata alla formazione universitaria e post universitaria. Questo dato è molto preoccupante, ma non spiega il terzo fatto stilizzato che proponiamo di sotto.
Tabella 2- Spesa per istruzione per studente nei Paesi OCSE- 2010

Fonte: Education at a glance 2012
c) La perfomance comparativa dei nostri studenti di scuola superiore in temrini di acquisizione di skill, se misurata attraverso il test PISA (Programme for International Student Assessment) è straordinariamente bassa e comparabile con paesi con un livello di PIL pro-capite molto più basso del nostro. L’Italia ha nel 2009 realizzato un punteggio medio di 487 in lettura, 483 in matematica e 489 in scienze. Tra i paesi più grandi dell’UE la, Germania si colloca al di sopra della media, in tutti e tre gli ambiti di competenze analizzate. La Francia ottiene performances superiori o in linea alla media europea in Lettura e Matematica, mentre il Regno Unito ottiene buoni risultati in Lettura e Scienze. Risultati al di sotto della media invece vengono realizzati, oltre all’Italia, la Spagna, il Portogallo e la Greciamedio, mentre al di sotto,oltre all’Italia ritroviamo la Spagna, il Portogallo e la Grecia.
Tabella 3- Risultati Test Pisa 2009

Fonte: Education at a glance 2011
Come spiegare la divergenza tra la nostra spesa pro capite, sostanzialmente in linea con le medie europee, e la nostra performance decisamente deludente? È necessario, a nostro parere, tener conto di come le performance scolastiche possano essere influenzate da diversi fattori, non strettamente legati al sistema educativo in sé, ma anche da altre variabili, i cosiddetti “fattori ambientali”, di carattere socio-economico che indirettamente influenzano le performance degli studenti. Proprio su quest’ultimo punto, un recente studio realizzato da Coco e Lagravinese (http://ideas.repec.org/p/inq/inqwps/ecineq2012-270.html), ha messo in evidenza come vi sia una stretta relazione tra rendimenti scolastici e percezione di vivere in un sistema in cui per fare carriera o raggiungere posizioni apicali nel mercato del lavoro non sia necessario avere degli ottimi voti e un ottimo curriculum professionale, ma conti piuttosto avere delle buone conoscenze, far parte del network giusto, poter contare su persone amiche, in sintesi quello che gli americani chiamano semplicemente con il termine “cronyism”.
Il meccanismo attraverso cui la percezione di vivere in una società iniqua nella distribuzione delle posizioni lavorative impatta sulla performance scolastica e quindi sulla acquisizione di skill è tipicamente di incentivo. L’esistenza di una competizione distorta per posizioni lavorative ed economiche diminuisce l’incentivo alla skill acquisition sia degli studenti ‘privilegiati’, che ottengono le posizioni comunque, sia di quelli non privilegiati, che hanno minori probabilità di farcela e comunque verranno remunerati meno della loro produttività. Il sistema infatti dovrà necessariamente finanziare in equilibrio il trasferimento di risorse necessario all’attribuzione di posizioni non meritate ai privilegiati
Se si correlano le inefficienze rilevate nei sistemi di istruzione con il grado di corruzione percepita, dopo aver controllato per fattori socio-economici come il reddito, la formazione dei genitori, e fattori specifici dell’istruzione come le ore trascorse in aula, il numero di alunni per classe ecc.., si trova che questa variabile è sempre altamente significativa. Ciò non è sorprendente quando si osservi che in tutti i paesi come l’Italia, Grecia, Portogallo e Spagna, Portogallo (un elenco che dovrebbe ricordare qualcosa), in cui il fenomeno del cronyism sia maggiormente percepito dalla popolazione, le performance scolastiche risultano nettamente inferiori alla media. Secondo queste regressioni circa il 40% della differenza di efficienza tra l’Italia e i paesi più efficienti nella produzione di skill è dovuto alla percezione di un sistema distorto di allocazione delle posizioni lavorative.
Se questa spiegazione è corretta quello che servirebbe al paese per migliorare gli incentivi degli studenti, l’acquisizione di skill e anche la produttività è una minore tolleranza dei fenomeni di cronysm, particolarmente nella forma del familismo, di situazioni di conflitto di interesse. Normative, ad esempio, che vietino tassativamente di esercitare funzioni pubbliche rilevanti in ambiti territoriali di provenienza, paletti molto più rigorosi sulla compresenza di persone legate da vincoli familiari all’interno delle istituzioni e una normativa draconiana sulla corruzione pubblica e privata. Come aveva intuito un grande uomo politico del secolo scorso, la questione morale è preminente e preliminare rispetto ad ogni altra. In Italia non solo per ragioni morali, ma anche economiche.








