Le catene italiane di ristoranti e fast food sono penultime in Europa per impegno sul benessere dei polli.
L'indagine "The Pecking Order" mostra che 6 aziende su 7 sono prive di qualsiasi impegno pubblico 
Il nuovo rapporto annuale di The Pecking Order fotografa una realtà sconfortante per il nostro Paese: l’Italia è penultima in Europa per impegno delle catene di fast food e ristorazione nel tutelare il benessere dei polli lungo le proprie filiere produttive. Un risultato che, seppur in lieve miglioramento rispetto al 2024 — quando eravamo addirittura ultimi — lascia ben poco spazio all’ottimismo.
Dal 2019, The Pecking Order monitora ogni anno le politiche pubbliche adottate dai grandi marchi della ristorazione in relazione allo European Chicken Commitment (ECC): un insieme di criteri volti a innalzare gli standard minimi di vita dei polli da carne negli allevamenti. Tra i parametri considerati figurano la riduzione della densità nei capannoni, l’impiego di razze geneticamente meno precoci, l’arricchimento ambientale delle strutture e l’adozione di tecniche di macellazione più rispettose.
L’edizione 2025 — realizzata in collaborazione tra World Animal Protection, Humane Society International, Obraz ed Essere Animali — ha esaminato 81 aziende in sette Paesi europei: Danimarca, Francia, Italia, Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Svezia. Per l’Italia, sotto la lente sono finiti Autogrill, Burger King, IKEA, KFC, McDonald’s, Starbucks e Subway.
La classifica europea
La Francia si conferma in testa in quanto ad impegno sul benessere animale con il 42%, seguita dalla Svezia al 40% e dalla Danimarca al 37% — quest’ultima alla prima partecipazione al report, già tra i leader. La Repubblica Ceca si attesta al 23%, mentre Italia e Polonia si fermano entrambe al 16%, davanti solo alla Romania con l’11%.
Come sottolinea Essere Animali, “i dati che emergono dal report The Pecking Order sono profondamente allarmanti”: mentre la Francia avanza a un ritmo tre volte superiore al nostro e la Repubblica Ceca a doppia velocità, il settore della ristorazione italiana mostra “una stagnazione strutturale difficile da ignorare”.
@Essere animali
A rendere ancora più amaro il quadro nazionale è il fatto che, delle sette realtà analizzate, ben sei — Autogrill, Burger King, KFC, McDonald’s, Starbucks e Subway — non abbiano adottato alcuna politica pubblica sul benessere animale né comunichino progressi concreti in tal senso. L’unica eccezione è IKEA, che da anni ha strutturato un approccio orientato a eliminare le principali criticità.
Il caso KFC Italia
Nel panorama già critico delle catene italiane, KFC spicca come caso particolarmente significativo. Con un fatturato di 179 milioni di euro e l’ambizione dichiarata di aprire oltre 200 punti vendita entro il 2027, l’azienda rappresenta un attore di peso nel mercato nazionale. Eppure è l’unica tra le filiali europee del gruppo KFC Western Europe a non aver assunto impegni espliciti sull’ECC — una contraddizione stridente rispetto a quanto l’azienda ha già fatto in Francia, Svezia e Danimarca.
Il report evidenzia inoltre un dato preoccupante: tra il 2022 e il 2023, KFC Italia ha drasticamente ridotto il ricorso a razze a crescita più lenta, passando dal 7,21% allo 0,9% del totale. Una scelta che, secondo le organizzazioni promotrici del report, ha contribuito ad aumentare sia la mortalità negli allevamenti sia l’utilizzo di antibiotici.
I polli da carne rappresentano la categoria di animali allevati più numerosa al mondo, e le condizioni in cui crescono hanno conseguenze dirette non solo sul loro benessere, ma anche sulla salute pubblica — in particolare sul fenomeno dell’antibiotico-resistenza — e sulla sostenibilità ambientale degli allevamenti intensivi.
Che le grandi catene di ristorazione abbiano il potere — e la responsabilità — di trainare un cambiamento nel settore è dimostrato proprio dai Paesi che oggi guidano la classifica. L’Italia può e deve fare di più: i consumatori italiani meritano la stessa trasparenza e le stesse garanzie che alcuni colleghi europei stanno già ottenendo.
Fonti: Humane World for Animals /Essere animali
Articolo a firma Francesca Biagioli
Fonte: greenme









