Un test su 15 banane acquistate nei supermercati italiani ha rilevato fino a 6 residui di pesticidi in un singolo frutto convenzionale, incluse sostanze vietate in Europa. Il biologico si conferma l'alternativa più sicura.

Indice
- Perché la banana contiene pesticidi
- Cosa ha scoperto il test
- Promosse le banane biologiche
- Come sono stati assegnati i giudizi alle varie banane
- Le 3 banane peggiori
Sessanta banane l’anno a testa. È quanto mangia in media ogni italiano, un frutto che finisce nel carrello quasi per abitudine, considerato sano, comodo da mangiare, adatto anche ai più piccoli. Ma ancora pochi sanno che la banana convenzionale è uno dei frutti più trattati chimicamente al mondo, al punto da essere soprannominata nelle piantagioni sudamericane “fruta quimica“. E non è un’esagerazione.
Il Salvagente ha appena pubblicato i risultati di un’indagine su 15 campioni di banane acquistati nei principali supermercati e discount italiani, analizzati in laboratorio per individuare i residui di pesticidi nella polpa.
Quello che è emerso non sorprende chi conosce la filiera, ma dovrebbe far riflettere chiunque le acquista, soprattutto per i bambini. Cosa hanno trovato le analisi? Fino a sei tracce di fitofarmaci in un singolo frutto convenzionale, con sostanze vietate in Europa e interferenti endocrini rilevati in alcuni dei marchi più venduti. E rispetto all’ultima indagine condotta quattro anni fa, non è cambiato praticamente nulla.
Perché la banana contiene pesticidi
Bisogna partire da lontano per capire perché questo frutto accumula così tanti residui. La produzione mondiale di banane, il quinto alimento coltivato al pianeta, è basata quasi interamente su monocolture intensive in America Latina, con l’Ecuador che da solo copre il 30% delle esportazioni globali. L’intera filiera è storicamente in mano a pochi grandi gruppi multinazionali.
I trattamenti iniziano dal terreno, continuano con irrorazioni aeree sulla pianta (che spesso contaminano le coltivazioni biologiche circostanti per effetto del vento), e si estendono ai frutti stessi: dal quarto mese di crescita fino alla raccolta, i caschi vengono avvolti in sacchi di plastica che rilasciano insetticidi e fungicidi.
Ma non finisce qui. Dopo la raccolta, le banane vengono tagliate e la parte incisa trattata con fungicidi, poi lavate con soluzioni al cloro e sottoposte ad altri trattamenti chimici per rallentarne la maturazione durante il trasporto. Arrivate nei porti europei ancora verdi e acerbe, vengono infine esposte a etilene, un ormone vegetale, per accelerare la maturazione e rendere la buccia gialla. Un percorso lungo e chimicamente intenso, che spiega bene il soprannome di “fruta quimica“.
Cosa ha scoperto il test
Tutti i 15 campioni analizzati sono risultati formalmente conformi ai limiti di legge. Detto questo, la conformità legale non racconta tutta la storia: alcune delle molecole trovate sono interferenti endocrini, capaci di agire nell’organismo anche a bassissime concentrazioni, e resta aperta la questione del cosiddetto “effetto cocktail“, ovvero l’azione combinata di più pesticidi presenti contemporaneamente nello stesso frutto.
Tra le sostanze più preoccupanti trovate nelle banane testate ci sono:
- Bifentrina: insetticida riconosciuto come interferente endocrino per l’uomo, vietato in Europa su quasi tutte le colture. Sulle banane è ammesso in deroga — con un limite massimo molto basso di 0,1 mg/kg — per ragioni di “tolleranza all’importazione”: in sostanza, le multinazionali del settore hanno ottenuto dall’UE una concessione speciale sostenendo di non avere alternative
- Epossaconazolo: fungicida classificato come potenzialmente cancerogeno, vietato nei cibi venduti nell’Unione Europea dal 2020. Trovato in tracce (sotto i limiti di rilevazione analitica) in due campioni
- Imidacloprid: insetticida neonicotinoide messo al bando dall’UE nel 2018, già tristemente noto per il suo legame con la moria delle api. Presente anch’esso in tracce in campioni analizzati
- Azoxystrobin: fungicida spesso applicato tramite irrorazioni aeree, tossico per inalazione. È la molecola più frequente: rilevata in ben 8 dei 15 campioni
- Thiabendazolo: fungicida usato nella fase post-raccolta, classificato dall’EPA americana come probabile cancerogeno e interferente endocrino
Altre sostanze individuate includono fenpropimorph, pyriproxyfen (sospetto interferente endocrino), e fludioxonil (sospetto cancerogeno secondo l’Agenzia europea per le sostanze chimiche ECHA).
Promosse le banane biologiche
I sette campioni biologici inclusi nell’analisi hanno offerto risultati nettamente migliori. Tre di essi – Esselunga Altromercato, Conad bio e Todis bio – sono risultati completamente privi di qualsiasi residuo di pesticida. Gli altri quattro campioni bio mostravano solo tracce infinitesimali, ben al di sotto dei limiti di rilevabilità tecnica, attribuibili alla “deriva” dalle piantagioni convenzionali circostanti irrorate per via aerea.
È una conferma importante: scegliere banane biologiche è un’ottima scelta.
Come sono stati assegnati i giudizi alle varie banane
Il Salvagente ha valutato ogni campione tenendo conto non solo della presenza dei pesticidi, ma anche delle loro concentrazioni e del profilo di rischio di ciascuna molecola.
Sono stati penalizzati i pesticidi vietati in Europa su altre colture, quelli banditi tout court dall’UE anche se rilevati solo in tracce, i principi attivi presenti a concentrazioni dieci volte inferiori al limite di legge – segno che il margine di sicurezza non è poi così ampio -e il numero complessivo di molecole diverse trovate nello stesso frutto.
Le 3 banane peggiori
Tra i campioni convenzionali esaminati, quelli che sono risultati contenere più pesticidi, tutti provenienti dalla Costa Rica, sono i seguenti:
- Del Monte (2,88 €/kg) è il campione più problematico per numero e concentrazione di residui: azoxystrobin a 0,160 mg/kg, thiabendazolo a 0,408 mg/kg — la dose più alta tra tutti i prodotti testati, su una soglia massima legale di 6 mg/kg — oltre a bifentrina a 0,036 mg/kg, fenpropimorph a 0,021 mg/kg e un’ulteriore traccia non quantificabile. Cinque presenze in un singolo frutto, compreso il pesticida interferente endocrino vietato in Europa su quasi tutte le altre colture.
- Carrefour (1,66 €/kg) conta quattro residui quantificati più una traccia: azoxystrobin a 0,113 mg/kg, bifentrina a 0,013 mg/kg, pyriproxyfen a 0,037 mg/kg e thiabendazolo a 0,084 mg/kg. Anche qui compare la bifentrina, l’insetticida interferente endocrino ammesso sulle banane solo per deroga commerciale.
- Esselunga Itacu (0,98 €/kg) presenta azoxystrobin a 0,063 mg/kg, bifentrina a 0,016 mg/kg, fenpropimorph a 0,014 mg/kg, pyriproxyfen a 0,075 mg/kg, più due tracce aggiuntive. Sei presenze in totale – il numero più alto tra i tre – che rendono questo frutto un esempio emblematico del cosiddetto effetto cocktail di cui la scienza ancora non conosce appieno le conseguenze a lungo termine.
Vale la pena notare un dato che fa riflettere: Del Monte è il prodotto più caro del test tra i convenzionali, quasi 3 euro al chilo, eppure è quello con il profilo di residui più preoccupante. Il prezzo, in questo caso, non è affatto una garanzia di qualità o sicurezza.
L’indagine completa con i giudizi di tutti i 15 prodotti è disponibile sul numero in edicola del Salvagente.
Fonte: Il Salvagente
Articolo a firma: Francesca Biagioli
Fonte: greenme









