di Gian Maria Annovi
Nell'ottobre del 1922, mentre migliaia di fascisti marciano verso Roma, in pochi sospettano che sotto i loro piedi la terra abbia iniziato lentamente a muoversi, allontanandosi - come una scheggia d'isola alla deriva - dal resto dell'Europa, in un progressivo processo d'isolamento e inaridimento sociale e politico, culminato in vent'anni di dittatura e nel secondo conflitto mondiale. La storia è nota. Meno noto è che quello stesso mese, sul primo numero della rivista londinese Criterion, viene pubblicato un testo di poco più di quattrocento versi destinato a rivoluzionare, in ben altro modo, le sorti del panorama culturale europeo e a «indicare una direzione» - scriverà anni dopo Eugenio Montale - anche a molti poeti italiani: si tratta di La terra desolata di T. S. Eliot. Per Montale, che solo tre anni dopo pubblica Ossi di seppia, in tale momento storico proprio Eliot rappresenta, insieme a Valéry, «una presa di contatto con l'alta tradizione europea».










