Al giorno d’oggi la presenza umana si sta sempre più concentrando nelle aree urbane e si stima che, entro il 2030, il 60% della popolazione mondiale vivrà all’interno delle città[2]. Tenendo conto di questo, il verde urbano è uno degli elementi principali che può contribuire al miglioramento della qualità di vita dei cittadini ed è di fondamentale importanza nell’ottica della realizzazione di città sostenibili, sia dal punto di vista ambientale che sociale.
Ha preso il via in Italia il progetto Life SILENT, cofinanziato dalla Commissione europea, per sviluppare soluzioni sostenibili ed eco-compatibili per mitigare le immissioni sonore prodotte dal traffico stradale e ferroviario in ambienti urbani complessi. Nell’area pilota della Muratella, a Roma, verranno sperimentate pavimentazioni antirumore con materiali riciclati e atossici, provenienti dalle filiere della carta e degli pneumatici esausti, e barriere antirumore basse, anch’esse realizzate con materiali riciclati, per contenere le emissioni sonore del traffico ferroviario.
Sviluppare soluzioni sostenibili ed eco-compatibili per mitigare le immissioni sonore prodotte dal traffico stradale e ferroviario in ambienti urbani complessi. È l’obiettivo del progetto Life SILENT, recentemente partito in Italia con il cofinanziamento della Commissione europea. Le soluzioni prescelte saranno sperimentate a Roma, in un’area pilota alla Muratella nell’XI municipio, attraversata dalla linea ferroviaria Roma-Aeroporto di Fiumicino gestita da RFI e dall’autostrada A91 gestita da Anas, la società del Gruppo FS Italiane che si occupa di infrastrutture stradali.
Anas è infatti coordinatore del progetto, che ha una durata di cinque anni e un costo totale di 2,65 milioni di euro, coperto dalla Commissione europea al 60%. Una sfida necessaria, addirittura urgente, quella di attivare soluzioni di mitigazione del rumore nelle aree più esposte e di procedere a un risanamento sotto questo profilo. Secondo l’Organizzazione mondiale delle sanità, infatti, il rumore è un problema persistente per più della metà della popolazione europea.
È arrivato in Senato il Disegno di legge per promuovere, sotto una regia nazionale, la rigenerazione urbana di centri cittadini, aree industriali e “tessuti edilizi disorganici o incompiuti”. Previsti incentivi fiscali e anche un Fondo nazionale per finanziare i singoli progetti territoriali.
È giunto finalmente all’esame del Senato il Disegno di legge unificato sulla rigenerazione urbana (DDL 29/S), un tema su cui urbanisti e decisori politici si esercitano tra tempo, un’occasione per togliere la polvere da una normativa per ampi tratti risalente agli anni Quaranta del Novecento.
Ciò che è proposto ai senatori è un testo unificato perché rappresenta la crasi di ben otto disegni di legge precedentemente in discussione, nell’arduo tentativo di fare della rigenerazione urbana un asset della stessa transizione ecologica, contribuendo a trasformare “le città italiane in luoghi più sostenibili, vivibili e moderni”, come recitano in coro i vari preamboli dei diversi disegni di legge. Una sfida lanciata anche dall’Agenda 2030 dell’ONU, dove al goal 11 si pone l’obiettivo, appunto, di rendere “le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili”.
Dalle misure di efficienza energetica, all’utilizzo di energia da fonti rinnovabili, al recupero di calore e alla bioedilizia, fino al decommissioning. Il Ministero dell’Ambiente ha adottato le linee guida per la sostenibilità dei data center. Che, da soli, rappresentano quasi il 3% della domanda di elettricità dell’Unione europea.
Quando si parla dei consumi energetici collegati a Internet o all’intelligenza artificiale il riferimento è soprattutto ai data center, che secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, consumano tra i 240 e i 340 TWh, l’1% circa dei consumi energetici mondiali. Per tenere a bada la temperatura degli impianti, mediamente un data center impiega quasi 2 litri di acqua per kWh consumato (1TWh significa 1 miliardo di kWh). Secondo il Financial Times, in Virginia, lo Stato che ospita il più alto numero di data center al mondo, il consumo di acqua è passato da 1,13 miliardi di galloni a 1,85 miliardi di galloni l’anno tra il 2019 e il 2023: ossia 7 miliardi di litri annui. I data center sono insomma strutture il cui impatto ambientale va tenuto sotto osservazione.
Per questo è importante che il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica abbia adottato linee guida per la sostenibilità di queste strutture.
Una decisione che si inserisce in un più ampio contesto di norme, standard e misure per limitare l’impronta ecologica di questi impianti.
Soddisfatta la viceministro all’Ambiente e Sicurezza energetica Vannia Gava: “Si tratta di una iniziativa storica, unica a livello europeo, giunta dopo serrato confronto della Commissione VIA – VAS con i maggiori proponenti a livello nazionale ed internazionale. I data center rappresentano, infatti, quasi il 3 % della domanda di elettricità dell’UE, percentuale destinata ad aumentare nei prossimi anni. Da qui la necessità di indirizzarli verso una maggiore efficienza ai fini della sostenibilità, portando un robusto contributo al raggiungimento degli obiettivi ambientali prefissati”.
Quello del fiume Sarno è il bacino idrografico regionale più monitorato da Arpa Campania e quello maggiormente interessato da controlli ambientali, non solo da parte dell’Agenzia ma anche da tutti i soggetti competenti in materia. In un articolo a firma del direttore tecnico di Arpa Campania Claudio Marro e di Pasquale Falco (Titolare IdF Direzione Tecnica) pubblicato sull’ultimo numero di Arpa Campania Ambiente, la storia dei controlli e dei monitoraggi effettuati dall’Agenzia in venti anni e i risultati delle attività di indagine ambientale.
Pubblicazioni tecniche SNPA 2024 – ISBN 978-88-448-1223-2
Il Documento Tecnico è finalizzato ad illustrare il quadro di riferimento del contesto normativo a livello comunitario e nazionale del riutilizzo delle acque reflue urbane. Sono, altresì, illustrati i provvedimenti legislativi adottati a livello regionale e provinciale, con particolare riferimento ai protocolli operativi per il controllo degli impianti di depurazione delle acque reflue urbane destinate al riutilizzo presenti sul territorio nazionale, ponendo a confronto le differenti modalità di recepimento delle norme nelle regioni italiane e sottolineandone le peculiarità. Particolare attenzione è stata riservata al processo di sviluppo delle norme di settore, con particolare riferimento al riutilizzo in agricoltura.
Il nuovo numero della rivista di Arpae Emilia-Romagna è dedicato all’istituzione del Sistema nazionale prevenzione salute (Snps) per affrontare le sfide emergenti relative ai rischi ambientali e climatici, in linea con l’approccio One health e Planetary health. Focus anche sullo stato di attuazione dei corrispettivi sistemi regionali (Srps).
Tra i contributi, si segnalano l’editoriale di Giuseppe Bortone, direttore generale Arpae Emilia-Romagna e l’intervista a Vito Bruno, direttore generale Arpa Puglia, sull’integrazione tra Snps e Snpa.
Desertificazione, degrado del suolo e siccità sono tra le sfide ambientali più forti del nostro tempo. Il suolo è minacciato dall’incremento demografico, dagli stili di produzione e consumo insostenibili, dall’aumento di domanda di risorse naturali. Il 40% di tutto il suolo nel mondo è già considerato degradato e questa superficie aumenta ogni secondo per l’equivalente di 4 campi da calcio. Desertificazione e siccità causano ogni anno la migrazione forzata di milioni di persone.
Linee Guida SNPA n. 50/2024 – ISBN: 978-88-448-1214–0
Le presenti Linee Guida sono il frutto di un lungo lavoro fatto dal Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente (Snpa) e ripercorrono la storia e l’evoluzione delle attività relative al monitoraggio del consumo di suolo, descrivendone i principali aspetti metodologici relativi all’aggiornamento annuale della carta nazionale del suolo consumato.
Le Linee Guida rappresentano il riferimento ufficiale per il Snpa della metodologia relativa alle attività di monitoraggio del consumo di suolo e vogliono offrire alle autorità e agli operatori del settore interessati, una prospettiva dal punto di vista tecnico delle procedure che vengono messe in atto, oltre a dare un contributo alla conoscenza delle stesse.
Sulla libertà di stampa (la cui giornata si celebra il 3 maggio) c'è ancora tanto da fare nel nostro Paese: in troppi casi l'informazione resta fortemente influenzata delle lobby fossili e altre inquinanti. E così dai tg e giornali risulta difficile trovare traccia dei veri responsabili della crisi climatica. Per fortuna, però, c'è chi - come noi di greenMe - dice no, anche a costo di rifiutare finanziamenti allettanti per continuare a raccontare (e denunciare) la realtà, senza condizionamenti
@Greenpeace
La stampa italiana è davvero libera di parlare di crisi climatica? Molto meno di quanto si pensi. Da un lato è innegabile che rispetto a qualche anno fa nei tg e nei giornali vengono affrontati con più frequenza i temi ambientali, dai disastri ecologici al riscaldamento globale, ma la nota dolente sono le sue reali cause, spesso taciute o censurate.