di Walter Catalano - 14/09/2015
Fonte: Carmilla

Giuseppe Lippi, Il futuro alla gola. Una storia di Urania dagli anni Cinquanta al XXI secolo, ed. Profondo Rosso, Roma, 2015, pp. 300, € 29,00.
Il nome Urania, per le generazioni alfabetizzate dalla seconda metà degli anni ’50 in poi, non evoca soltanto immagini di protocollari reminescenze scolastiche, tripudi mitologici da liceo classico e apollinei paesaggi ellenici, ma piuttosto astronavi lanciate nello spazio cosmico, mostri amorfi o umanoidi, pianeti e soli orbitanti in remote galassie, robot e macchinari scintillanti. Tutto l’immaginario che segna il passaggio dal Ventesimo al Ventunesimo secolo (un immaginario composito: apparentemente scientifico-tecnologico, dunque, ma per molti aspetti ancora magico-mistico) racchiuso tra le pagine e sulle copertine di un’umilissima rivista da edicola: un nome magico per noi, un pozzo di sogni ed incubi, di meraviglie della ragione e della fantasia. Urania, musa sì ma “stupefatta”, come brillantemente uno dei primi critici del genere nel nostro paese definì la fantascienza. E se la fantascienza, la letteratura, di genere e non, è divenuta una cosa seria: uno studio, un lavoro, un rifugio, una palestra filosofica dell’intelletto per qualcuno, Urania no, non soltanto, Urania resta per sempre soprattutto un feticcio, un oggetto magico.















