Quando si parla di community organizing ci si riferisce ad una precisa forma di attivismo civico nata negli Stati Uniti negli anni ‘30 del secolo scorso per opera di Saul Alinsky, fondatore indiscusso di questa pratica, che nel corso dei decenni si è diffusa ed è arrivata anche nel continente europeo. Alinsky definiva il community organizing “l’arte della politica relazionale”, ponendo al centro dell’attenzione le relazioni tra abitanti e gruppi che vivono vicini e creando empowerment.
Il concetto di comunità non è certo nuovo, ma in questo contesto assume un’accezione più attiva, volta ad indicare delle vere e proprie coalizioni civiche impegnate nella risoluzione di grandi problemi sociali, dal diritto alla casa, all’accoglienza dei rifugiati, per fare alcuni esempi. Il community organizing fa propri i principi di multietnicità e di interreligiosità, ponendosi l’obiettivo primario di unire gruppi che solitamente tra loro non dialogano, di unire persone che solitamente tra loro non si relazionano, ma che magari si trovano ad affrontare gli stessi problemi sul medesimo territorio. Il coinvolgimento di gruppi già costituiti può partire dal coinvolgimento dei loro leader, che iniziano ad incontrarsi per conoscersi e porre le basi per costruire relazioni di fiducia.
