Fonte: greenreport
Non è più tempo di Rivoluzioni Verdi. Né di soluzioni palingenetiche. La terza via per un mondo più sostenibile passa attraverso un passo indietro rispetto alla globalizzazione. Specialmente quando si parla di produzioni, in particolare quelle alimentari. Ne pagherà probabilmente dazio il commercio cosiddetto "equo e sostenibile" perché ha una filiera che, alla luce delle nuove convinzioni sull'impatto ambientale, è troppo lunga.
Gli scandali alimentari, buon ultimo quello della carne di cavallo, da sempre riaprono la discussione sulla necessità di una filiera più controllata: cosa possibile - o, almeno, più possibile - solo con un "viaggio" dei cibi geograficamente ridotto. Non solo, meno viaggiano le merci e gli alimenti, meno impatto c'è sottoforma di spreco di energia e smog derivante dai mezzi usati per il passaggio dal produttore, al grossista, al supermercato fino al consumatore.
Ma da qualche tempo la filiera corta è diventato un punto di riferimento anche in ragione dell'aumento della popolazione e della conseguente necessità di sfamarla. Tant'è che persino il direttore generale della Fao, José Graziano da Silva, in un incontro con i professori e gli studenti dell'università degli Studi di Scienze gastronomiche di Pollenzo ha detto che «la produzione su piccola scala, i circuiti locali di produzione e di consumo e il recupero di colture tradizionali sono tutti fattori che giocano un ruolo importante nella lotta alla fame».








