Copertina "Turn Down the heat"
di Elena Gerebizza- Fonte: recommon.org
“Down The Heat”, l’ultimo rapporto della Banca Mondiale uscito a pochi giorni dalla due settimane di negoziato multilaterale sul clima (UNFCCC, COP 18) iniziata oggi a Doha, ha fatto molto parlare di sé.
È il primo documento in cui anche la Banca prende atto di una tendenza in parte già denunciata dal mondo scientifico e dalle Nazioni Unite, ovvero che gli impegni finora presi dai governi rischiano di traghettarci verso un aumento della temperatura globale di almeno 4° entro la fine del secolo. E che questo porterebbe a conseguenze ambientali ma anche sociali di portata epocale, che metterebbero a rischio gli obiettivi di lotta alla povertà.
Se da un lato in molti vedono un segnale positivo nel fatto che a riconoscere il problema siano proprio gli economisti di Washington, dall’altro risulterebbe imbarazzante raffrontare il portfolio investimenti della Banca con i dati del rapporto appena pubblicato.
Certo, perché la World Bank continua a investire miliardi nei combustibili fossili. Per la precisione 2,38 miliardi di dollari nel solo 2011, secondo l’organizzazione non governativa statunitense Oil Change International. Oltre ovviamente ai diversi miliardi investiti nel settore attraverso intermediari finanziari, a cui la Banca destina più della metà dei finanziamenti diretti al settore privato.